Cultura
Mosca più balena
di Luigi Alviggi
VALERIA PARRELLA è una promettente giovane scrittrice napoletana, pluripremiata al suo esordio narrativo: “MOSCA PIU‘ BALENA” (Edizioni Minimum Fax 2003, pagg. 112 € 7,75) costituisce una fotografia - ma sarebbe meglio dire una radiografia - della situazione femminile oggi, all’alba del ventunesimo secolo. L’opera, una raccolta di sei racconti, è vincitrice del Premio Campiello 2004 – opera prima –, è stata tra i 12 finalisti del Premio Strega in svolgimento, ha vinto i Premi Amelia Rosselli 2003, Procida 2003, “Storie di donne” 2004 e, è il caso di affermarlo, sicuramente non finisce qui.
Solo “ASTECO E CIELO” ha un protagonista maschile, diviso tra il piacere di ascolto della omonima canzone di Enzo Avitabile e il travaglio di ripetuti concorsi per conquistare il proprio posto al sole. Il titolo del libro origina in un quesito dei tanti test attitudinali affrontati e diviene, tralasciando la sua funzione proiettiva da strizzacervelli, l’emblema di una realtà difficile da penetrare, frustrante per la massima parte dei giovani. “Asteco e cielo: o te mine o vole”.
Le altre, femmine primedonne e marginali, schiudono al lettore i loro pensieri e partecipano le peripezie della loro vita quotidiana, rese acute e talvolta drammatiche dal contesto partenopeo.
E non si può non simpatizzare subito con la Guappetella di “DRITTO DRITTO NEGLI OCCHI”, quasi un riferimento di categoria, agitata dalla smania di arrivare non per il fatto in sé ma per il piacere supremo di sentirsi “sussurrare “signora” così, con tutte le sillabe”, prova inoppugnabile di un fantastico cambiamento di stato. Ragazza troppo presto costretta a diventare donna, che non si ferma dinnanzi a nulla, venuta fuori da una scuola che non tollera incertezze: “Io, per istinto atavico, quando sentivo la parola amico affondavo la mano nella borsa e toccavo la lama a molletta che mi aveva regalato ‘o stuort’.”
La genia del suo stampo i borghesi la tagliano fuori, navigando in un mondo diverso: “i loro soldi avevano più valore dei nostri, anche se noi ne avevamo il doppio. Oltre quei sorrisi che ci scambiavamo c’erano circoli privati che avevano finito le tessere.” E dunque non resta che subire, ma l’intelligenza del popolo fa presto a colmare le differenze ed appianare i dislivelli. Alla fine, dalle ceneri del vecchio Io, sorgerà la donna nuova, che ha perfettamente assimilato canoni contrapposti: “Avevo lasciato per sempre la pelle degli stivali e il graffio delle unghie. Lo sputo del mio dialetto.” ‘O stuort’, ‘o Principe, ‘o senatore, il suo portaborse, sono gli scalini che la conducono al vertice, al matrimonio di prestigio, all’apoteosi della consacrazione che sfoca indelebilmente il vicolo di provenienza, al gesto finale che rappresenta il traguardo di una vita: “Fu in quel momento che mio suocero mi offrì il braccio e mi sussurrò: “Signora”.”
Anche se lontana anni luce, la protagonista di “QUELLO CHE NON RICORDO PIU‘”, è di certo vicina a Guappetella nella determinazione di vita, ma con obiettivi nettamente diversi: lei si sente portata per una vita tranquilla, vicina al suo uomo, anche se non ancora pronta alla scelta affettiva definitiva. “Io, più che per l’aereo, sono per il motorino…. Col motorino dove si può arrivare? Il pomeriggio al bosco, la sera al mare. E io non voglio andare oltre: io voglio restare e aspettare”. L’ironia e la concretezza, rinomate tra la gente della nostra terra, fanno la vittima illustre di turno, il famigerato dottor Spock, oracolo dei genitori, reo di aver fatto crescere secondo permissivi dettami troppi bambini: “… mi chiedevo come facesse questo signore, dall’America, senza avermi mai conosciuta, a sapere cosa io andavo cercando dai miei genitori. Oggi, gli chiederei di continuare la collana, e suggerirmi cosa volere che sappiano il mio uomo, il mio datore di lavoro, e ancora i miei genitori.”
L’ennesimo dramma cittadino si concentra in “MONTECARLO”. Bagnoli, la dismissione, gli enti locali vacillanti, le scelte infelici, tutto quanto non funziona sobbolle incessantemente per tentare di focalizzarsi nella prospettiva di un miraggio: “Input: Italsider… Output: Montecarlo”. Ce n’è abbastanza da far perdere il sonno al migliore ingegno e la protagonista – donna accorta all’essenza delle cose - si muove al meglio per appianare, pianificare, correggere dall’interno dell’organizzazione, beccando qua e là a fin di bene, senza sconfinare nel mobbing. Forse che la nostra cultura del lavoro non è ancora troppo giovane per questo? “Quando Adriana voleva concludere una conversazione azzerava qualunque onorifico, cancellava i titoli, scordava i nomi, lasciava signore, che è il nome di chiunque. Funzionava sempre, se ne andavano con la coda tra le gambe, certi di non poter raggiungere più in alcun modo la donna terribile che si trovavano davanti.” Tra manovre, raggiri, infidi retroscena, è sempre arduo trovare il bandolo, ed a volte non resta che fermarsi ad attendere: le cose - è raro - ma possono anche andare a posto da sole. “A sinistra, il lungo pontile arrugginito che reggeva le rotaie accolse Adriana in un abbraccio bastardo di ferro e di terra. Si immerse: perse piede subito perché il fondale scendeva ripido lungo la parete sommersa del vulcano. Allora diede qualche bracciata, poi finalmente, dopo tanto tempo, si voltò indietro per guardare.”
La protagonista di “SCALA QUARANTA” ci ispira tenerezza, afflitta da tipiche nevrosi contemporanee, e tormentata dal sogno ricorrente di un airone. Lei con un nulla stacca il contatto, alla ricerca di un limbo personale che non giudichi e non condanni - “Quel pomeriggio avevano fatto sesso, a un tratto Vera si era guardata una gamba e si era distratta: di lì in poi aveva pensato ad altro” – o del rientro fortunoso dall’estraneità con se stessa - “Vera si preparò il caffè guardando il figlio avanzare lungo la pineta: non c’erano dubbi, non lo conosceva, non le apparteneva, non le era appartenuto mai. Lei amava i suoi figli perché chiamavano quella distanza amore” –. Una inquietante situazione esistenziale d’oggi in cui si scivola senza accorgersene, e si rimane indefinitamente, prigionieri di specchi.
Ma la preferita, l’integrata, l’unica che riesce effettivamente ad uscire dalla solitudine, casalinga ed affettiva, attraverso “IL PASSAGGIO” non semplice, è la maestra precaria che pensa di consegnarsi ad un asilo di quartiere; per lei arriva il successo senza averlo inseguito più di tanto: “Dopo tredici anni di messa a disposizione, due di scuola privata, sette di supplenza, e due concorsi abilitanti, Io Una Sera A Forte Dei Marmi Sono Passata Di Ruolo.”
Sulla sua odissea - palestra, lavoro, soccorso extracomunitario, viaggi, amori sbarazzini e balzani - l’autrice indugia con benevolenza, ne sottoscrive il disegno di fondo, lo vezzeggia ipotizzandolo migliore, e carezza con la penna la moderna eroina, scortandola sino al parto, in macchina, su una tangenziale intasata che non consente spiragli verso l’ospedale: “Respiro a pieni polmoni e il bimbo si solleva con il mio petto, sento i nostri odori, di feci e di urina, di sangue e di muco, di vagina e di pianto. Il mondo è denso e il mio cervello bersagliato da milioni di neurotrasmettitori della felicità.”
È questo il progetto di sempre e, più che mai, del nostro avvenire.
“Arrassusia turnassm creature: for’a ‘na loggia, ‘na scala ‘ncopp’o muro; e poi assettate, co’ ‘e cosce int’a ringhiera: ma quanno vene pateme stasera?”
20/6/2004
  
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