Cronaca
Un morso alla Grande Mela
5 - Una manciata di luoghi comuni
di Angela Vitaliano
Qualche giorno fa ero a Washington Square e mi sono fermata, con la mia famiglia, a guardare uno spettacolo di strada. Ad un certo punto i ragazzi che raccoglievano i soldi, hanno cominciato a chiedere la nazionalita’ degli astanti: essendo New York, l’ombelico del mondo, ce n’era per tutti i gusti, dal Pakistan all’Alaska, passando dalla Germania e Portorico. Quando e’ toccato a noi e abbiamo risposto “italiani”, i ragazzi si sono fermati e hanno cominciato a dire “pizza, pizza; pasta, pasta: ravioli, ravioli” e, giu’, tutti ad applaudire. Questo e’ lo stereotipo, infatti, che accompagna noi italiani all’estero, a parte quello relativo al saper vestire e all’essere (ahime’) mafiosi.

Non siamo, tuttavia, solo noi italiani ad essere abbinati a luoghi comuni, spesso, persino inesatti e, nella maggior parte dei casi, non corrispondenti alla maggioranza delle persone. Lo stesso avviene, al contrario, quando siamo noi a “immaginare” i newyorchesi. Va precisato, innanzitutto, che New York ha molto, ma molto poco, dell’America “media”, quella che siamo abituati a vedere nei film, con le villette allineate, il giardino e i bambini che vendono le limonate nei giorni di festa. New York e’ una citta’ talmente cosmopolita da non avere cittadinanza. Conseguenza? Tutti, o quasi tutti gli stereotipi applicati (o applicabili) all’americano medio, qui non hanno, quasi mai, ragione di esistere.

I newyorchesi, ad esempio, non sono grassi. Anzi, hanno un culto della forma fisica e del benessere che e’ secondo solo a quello dei californiani. Le palestre sono tempi del vivere bene e all’interno si trova davvero ogni tipo di persona, per razza, eta’ ed estrazione sociale. Una mia cara amica di palestra ha 76 anni suonati e non perde una lezione di danza hip hop.

I newyorchesi non sono scontrosi, indifferenti o freddi come tutti  immaginano. Anzi, sono talmente amichevoli e aperti (nella maggior parte dei casi, ovviamente) che se gli si chiede un’indicazione, sono capaci di fare inversione di marcia, nel pieno di una bufera di neve, e farvi da guida (mi e’capitato).

I newyorchesi, ancora, non sono guerrafondai o ipernazionalisti e sebbene la bandiera americana sia esposta ovunque e l’inno nazionale cantato anche prima della partita “scapoli/ammogliati”, non esiste in questa citta’ il germe dell’odio fra razze o popoli diversi.

All’indomani dell’11 settembre, mentre ancora la citta’ bruciava, gli abitanti della grande mela, scesero in piazza, candele alla mano, a chiedere pace e non guerra. Non a caso, infatti, Strawberry Fields, angolo di Central Park che ricorda John Lennon con i versi della sua Imagine, continua, di domenica, ad essere meta di giovani (e meno giovani) che ricordano al resto del mondo che “tu puoi dire che sono un sognatore, ma non sono l’unico”.
3/8/2009
  
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