Cronaca
Un morso alla Grande Mela
3 - Sirene a New York
di Angela Vitaliano
Quando si vive a New York, dopo un po’, ci si abitua al suono frequente e assordante delle sirene: polizia, a volte, ma soprattutto pompieri. È frequente, infatti, che il legno, preponderante in quasi tutti gli edifici, prenda fuoco, devastando spesso, rapidamente intere palazzine.

Un giorno, pochi mesi fa, sono andata da un’amica che vive in un nuovissimo grattacielo, e uno dei piani, era stato appena devastato dall’incendio scoppiato in uno degli appartamenti, per una sigaretta spenta male. In tutte le case, infatti, è obbligatorio avere un dispositivo antincendio che suona alla minima presenza di fumo, proprio come si vede nei film. Il che può essere un bel problema, per chi (come me) vive in piccoli appartamenti, perché ogni frittura o bruschetta al forno, coincide, inevitabilmente, con l’attacco della sirena che annuncia a tutto il palazzo che “la signora italiana al sesto piano, come sempre, sta cucinando”.

Stamattina, mentre andavo al parco, un’intera colonna di sei mezzi dei vigili del fuoco, si è fermata di fianco al Dakota, uno degli edifici più famosi di Manhattan, dove hanno vissuto tante celebrità, da Lauren Bacall a John Lennon (e dove ancora vive Joko Ono). Tutti guardavano in alto per cercare di capire cosa stesse bruciando, ma lo sguardo non trovava una corrispondenza con l’acre odore di fumo che si stava diffondendo. In tanti, poi, si sono messi a fotografare i pompieri che, dall’11 settembre, continuano ad essere considerati i veri eroi della città, amati e rispettati. Comprensibilmente, perché ciascuna delle tantissime caserme sparse in città, esibisce all’ingresso una lista di nomi di chi, al World Trade Center, perse la vita nel tentativo di salvare quella di altri.

Per quanto fragorose possano essere le loro sirene, il passaggio dei pompieri è sempre accompagnato da sguardi di riconoscenza che, probabilmente, resteranno a lungo parte integrante della vita di questa città.

Di ritorno dal parco, tutto era tornato tranquillo. A parte le solite centinaia di turisti che, si fermano a fotografare il Dakota. Oggi, c’era un gruppo di italiani che chiedeva al portiere (quello esterno) se John Lennon fosse stato ucciso proprio lì. Il portiere ha detto di sì e il gruppo sembrava molto soddisfatto. Mi sono augurata che la tappa successiva per loro fosse dall’altro lato della strada, a Strawberry Fields dove ogni domenica qualcuno suona e canta le canzoni dei Beatles e dove John Lennon non è mai morto.

6/7/2009
  
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