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Vincenzo Gemito in mostra a Napoli
Grande personaggio
È stato Alberto Savinio che, pur non avendo tutti i documenti e le opere di cui possiamo disporre oggi, ha scritto uno dei testi più giusti ed emozionanti su Vincenzo Gemito.
In Narrate, uomini, la vostra storia, «Seconda vita di Gemito», egli fa innanzi tutto vedere il suo genio, parlando di alcune delle sue opere in rapporto all’arte e agli artisti del suo tempo, lui che «visse in un mondo di mummie e di pappagalli imbalsamati».
Più che alle sculture, Savinio, per gusto, si concentra sui disegni: «I disegni di Gemito ci trasportano in un mondo superiore, il solo accettabile».
E in quel «superiore» niente di aristocratico, beninteso, bensì il semplice dato di un genio che, al 99 per cento, non ha rappresentato, in tutta la sua opera, che persone della più semplice e bassa umanità: plebe e creta si sposano a meraviglia nelle sue mani…
E poi Savinio racconta la vita di Gemito, dalla nascita di bambino abbandonato nella ruota dell’Annunziata, quartiere Mercato, piazza Mercato, proprio là dove Masaniello aveva vissuto, s’era ribellato per dieci giorni perché aveva fame, come tutto il popolo di Napoli, ed era stato trucidato dai suoi stessi compagni di sommossa (...).
Talvolta, raramente, si dava a Napoli il nome di Genito, vale a dire «generato», sottinteso «dallo Spirito Santo» come Gesù, ai figli della Madonna, che si chiamano piuttosto col nome più napoletano che ci sia: Esposito (Esposto: un atto improntato non alla vergogna ma alla fierezza: si espone ciò che è bello, si nasconde ciò che è brutto, fino a gettarlo in una pattumiera…).
Molto napoletano, questo capovolgimento, questa metamorfosi della disgrazia di nascere e di essere subito abbandonato, in un miracolo che si espone e si applaude…
Come la lava omicida che diventa il più fertile dei terreni e la più solida tra le pietre per costruire, Napoli ha sempre saputo rovesciare le sue storiche disgrazie e schiodarsi dalle sue croci, con humour e riso, come per dire: inchiodati lassù, si ha davvero una bella vista…
Perché, a Napoli, la felicità, che si sa friabile come il tufo, non è «essere o non essere?», questione sempliciotta in fondo e comunque troppo primitiva per i Partenopei; ma «apparire o non apparire?»: e questa questione non è così semplice come appare, guardate le cose più da vicino, occorre, per rispondervi nella vita, in tutta una vita, un grande coraggio, un grande tatto e una potente civiltà creatrice.
Un napoletano che non appare è un napoletano morto.
E il ben vivente neonato Genito diventò, per un errore di trascrizione - nato il 16, fu abbandonato il 17, registrato alla parrocchia contigua il 18 - Gemito (e per un artista che avrebbe creato maneggiando la creta, la fusione del bronzo e il fuoco fino alla follia, il lapsus calami di cui si sarebbe volentieri impadronito Roland Barthes, era un altro segnale dello Spirito Santo).
Curioso segno d’elezione - e di attenzione amorosa e di strazio per colei che ha dovuto metterlo nella ruota, voltargli le spalle e andarsene sola nella notte - il neonato ha l’orecchio destro macchiato da una goccia di sangue e bucato da un anello d’oro.
Ciò che gli procurerà più tardi furiosi litigi con altri bambini che gli affibbiavano nomi di ragazza.
Ed egli rientrava ben conciato dai genitori adottivi: una napoletana che aveva perduto il suo bambino divenne la sua nutrice e una delle sue modelle favorite, Giuseppina Baratta, moglie di un imbianchino, il francese ex monaco Joseph Bes, che non tardò a morire per lasciare il suo posto al nuovo sposo di Giuseppina, fedele agli imbrattatori di muri, il barbuto Francesco Jadicicco, imbianchino lui pure e altro modello subito trovato per il ragazzo prodigio che cominciò a modellare il proprio orecchio bucato, prima di realizzare, in piena adolescenza, un autoritratto quasi a grandezza naturale, una terracotta a patina di bronzo ossidato verderame, che lo raffigura come giocatore di carte.
È già un capolavoro, nel cui solco va tutta l’opera.
Lo si può ammirare a Capodimonte - mentre altre sculture di Gemito, tra le più belle, sono esposte a San Martino, barocca grotta d’Ali Baba in cui l’occhio s’impadronisce di molti secoli di creazione napoletana.
Il «Giocatore di carte» è un guaglione, quasi a grandezza naturale, sedute su delle lastre di lava, torso nudo e pantaloni rimboccati fino a metà polpaccio, gambe piegate, la sinistra coricata sul suolo, il tallone sulle chiappe, la destra dal ginocchio alzato verso il volto, la testa piegata, gli occhi bassi, l’espressione tesa per una scelta non facile, la mano destra che gratta la zazzera, la mano sinistra piegata su delle carte, con il pollice e l’indice - modellando il destino come la cera rossa degli scultori - fanno appena scivolare i colori, nascondendoli, a noi, gli altri giocatori o spettatori del gioco.
È più bello, più fragile, più forte, più filosofico e più umano, e pensa di più, insomma, più vicino e più lontano, tra Diogene e Pascal, del «Pensatore troneggiante» di Rodin.
Gemito l’ha realizzato quando aveva sedici anni.
Tra i sedici e i trentacinque anni, realizza la quasi totalità della sua opera, e consuma, comunque, il suo genio. (...)
Tutti i bambini che egli scolpisce o disegna sono bambini esposti, come lui, suoi fratelli nella Madonna.
Tutte le donne del popolo sono sua madre nutrice.
Lo stesso occhio aperto nello stesso tempo verso l’esterno e sulle profondità delle viscere, stessa bocca semiaperta per dare e darsi fino all'esaurimento, le stesse labbra carnose, lo stesso illuminarsi delle carni che si ritrova nel Caravaggio, nella nutrice che dà il seno al vecchio prigioniero barbuto delle Opere di Misericordia…
Tutte le giovani donne hanno i tratti dell’acquaiuolo…
Quando scolpisce un filosofo dell’antichità, è Francesco, il secondo marito di Giuseppina, che posa.
I suoi autoritratti permettono di seguirlo per tutta la sua vita, e quando è alla vigilia della morte si fa fotografare tutto nudo, la barba bianca fluente sul petto di vecchio, come un fiume in secca.
Egli si mostra, si espone, come, neonato, è stato esposto, come in un ultimo atto che gli permetterebbe di raggiungere colei che l’ha generato, quella che l’ha «genito», la sua vera genitrice di carne, di latte, di sangue e di respiro…
E come non pensare a Masaniello che, sul pulpito, nella chiesa del Carmine, si espone lui pure, davanti al popolo e alla corte vicereale e al cardinale Filomarino, nudo come un verme e chiede, qualche minuto prima di essere assassinato, di lasciare ogni potere per andare di nuovo a vendere il suo pesce?...
Il corpo parla, a Napoli, senza intralci, e la verità non è essa stessa nuda?...
1929: la foto per l’uno. 1647: la folla per l’altro.
Savinio: «Ricevette nel 1886 la commissione di una statua di Carlo V.
Si trattava di completare, sulla facciata di palazzo reale, la serie di quelle otto grandi statue che, allineate in attitudini dementi, sembrano voler discendere dalle loro nicchie per seminare la confusione in città, incendiare le navi del porto e riaprire le porte dell’Averno.
Gemito eseguì il bozzetto a Parigi, durante il suo secondo soggiorno nella città, e lo riportò in Italia avvolto di stracci come una mummia di bambino, con la tenerezza materna che dispiegava nel trasporto delle sue opere, pressandole contro il petto e coprendole col mantello perché non prendessero freddo».
Come «una mummia»?
O piuttosto come un neonato che si deposita nella ruota?
Un anno più tardi, la realizzazione, in marmo, del suo bozzetto, egli va a vederla, solo, dopo l’inaugurazione ufficiale che ha evitato.
Il braccio dal dito teso in un gesto imperioso non gli sembra fedele alla sua opera.
Urla e si mette a lanciare pietrame contro Carlo V.
Lo arrestano. Lo portano in un ospedale psichiatrico.
Evade facendo una corda con le sue lenzuola…
Aveva orrore del marmo, della sua immobilità e della sua bianchezza tombale…
Il movimento! Il movimento!
E non sopportò di vedere il piccolo, fragile gesso uscito dalle sue mani trasformato in un così pesante mostro di marmo.
Da allora, il dito puntato di Carlo V ha difficoltà a innestarsi nel resto della mano.
La cicatrice non si richiude.
Tra il 1887 e il 1909, Gemito sparisce dalla circolazione, dal sole stesso di Napoli, è dunque divenuto pazzo e si rinchiude per più di vent’anni in uno scantinato di via Tasso che taglia ad angolo dritto la calata san Francesco, dove ho abitato per dieci anni.
E ogni giorno, passando, vedevo l’ombra di Gemito dietro le sbarre, al livello del marciapiede, che una targa di marmo affumicata ricorda, parlando di «sofferenza», non di «follia».
E nessuno s’accorgeva che qui due follie s’incrociavano: quella dello «scultore pazzo» (così lo chiamano ancora, a Napoli) e quella dello scrittore pazzo, Torquato Tasso (nato a Sorrento, rinchiuso a Roma)…
Tutti e due avendo fatto la loro opera immortale, metamorfosando grazie ad essa il nostro sguardo sul mondo, affinando, grazie ad essa, la percezione di tutti i nostri sensi, facendo, grazie ad essa, proliferare in noi alcuni istanti di suprema bellezza…
Tutti e due metamorfosizzandosi allora all’interno di se stessi, poiché non avevano più niente, o quasi, da liberare (Gerusalemme…), da esporre all’esterno…
Così si dice a Napoli di un folle: «È uscito pazzo» oppure «è partito con l’immaginazione».
Gemito fuori di sé, fuori dalle sue sanguigne, dalla sua creta, dal suo bronzo, demoltiplicato nella sua follia come ha demoltiplicato la sua anima e la sua vita nell’opera.
2009-04-18 19:22:59 - Jean Noel Schifano

Un duraturo rapporto
Radici profonde ci legano da 40 anni, le parole non possono definire un tale rapporto ma noi sappiamo che esso continuerà a vivere nel tempo.
Ciao Duccio e Lia
2009-04-03 13:50:11 - Duccio e Lia Tarallo

Personaggio leonardesco
Ciao Achille. mi sembra di parlare con un fantasma, non so nemmeno se leggi le mie risposte visto che rispondi come un messaggio preregistrato tipo segreteria telefonica, comunque sono andato sul link da te indicato e naturalmente l'ho trovato interessantissimo come sempre quando riguarda te.
Tu hai molti nemici e detrattori ma io sono iscritto nell'elenco dei tuoi ancor più numerosi agiografi.
Ti ho sempre considerato la reincarnazione di Leonardo, quello che più mi colpisce di te è la fame insaziabile di conoscenza e la mancanza assoluta di pregiudizi e preconcetti.
In una mail precedente ti ho detto che mi fai ricordare gli illuministi.
In provincia di Salerno, qualche anno fa, diciamo 8, una persona fu arrestata con un vero e proprio blitz militare.
Il reato commesso: rapporto sessuale con nuora consenziente.
Per il nostro cod penale (codice Rocco del 1942 ) è un reato punito con l'arresto.
Questo reato è definito dal c.p.: "incesto" in violazione del significato offerto da tutti i dizionari del mondo.
Se ne parlò poco allora ma a me parve la spia di un profondo ritardo culturale rispetto, non dico alla Svezia, ma alla grande maggioranza dei paesi europei, diciamo che la distanza che ci separa dall'Egitto è minore da quella che ci separa dalla Svizzera.
Ciao.
A proposito oggi è il mio ultimo giorno che ti scrivo dalla mia vecchia casa dove ho trascorso gli ultimi 26 anni della mia vita.
Mi trasferisco domani ai Camaldoli.
Non avrò per un po’ il telefono avrò una crisi d'astinenza.
Ciao Giacomo
2009-04-01 14:03:19 - Giacomo Vallifuoco

Chi è Gemito?
Chi è, per noi, Vincenzo Gemito, cui è dedicata la retrospettiva, curata da Denise Pagano, che si è inaugurata ieri al Museo Pignatelli di Napoli (fino al 5 luglio, catalogo Electa Napoli)?
Cosa ha ancora da dire?
Qual è la modernità dello «scultore pazzo», il cui itinerario è stato spesso appesantito da letture di tipo biografico-aneddotico?
Per rispondere, potremmo muovere da due prospettive opposte.
Inizi del secolo scorso. Aprile 1910. Umberto Boccioni è a Napoli per la serata-happening che si tiene al teatro Mercadante.
In quei giorni ha l’opportunità di conoscere l’ambiguo Scarfoglio, il prudente Croce. E, appunto, Gemito.
Uno strano personaggio, rimasto «per vent’anni chiuso in un silenzio infecondo e impenetrabile».
È canuto, invecchiato. Appartiene a una stagione irrimediabilmente trascorsa.
Anni dopo. È il 1941 quando Giorgio de Chirico pubblica un articolo che è un elogio appassionato.
Ci troviamo dinanzi a una personalità che è stata ingiustamente sottovalutata in Italia. Un maestro, inventore di «misteriosi processi».
I suoi disegni potrebbero «rivaleggiare con le migliori cose di Dürer». È «scultore, poeta, narratore, filosofo, moralista, disegnatore, pittore e artigiano nel senso più alto della parola». Qualche mese dopo ritroviamo il medesimo entusiasmo nelle parole di Alberto Savinio, il quale sottolinea l’originalità dello stile di Gemito. Lontano dalle modalità impressioniste, egli è una voce in qualche modo definitiva.
Conduce verso i confini di un mondo metafisico: squarcia le apparenze, per toccare «i valori di prima e di sempre».
Ha una «levatura superiore», che gli consente di trasfigurare la cronaca: trasforma le zingare in icone tragiche, le contadine in divinità, le creature mortali in esseri immortali.
Dov’è la verità? Nell’oscillazione tra il conservatorismo stigmatizzato da Boccioni e l’intemporalità colta da de Chirico e da Savinio.
La mostra di Villa Pignatelli documenta con efficacia questi passaggi, disegnando un itinerario ricco: più di duecento opere, dalle terracotte giovanili ai bronzi della maturità, dagli oggetti preziosi a un vasto corpus di fogli eseguiti a penna, matita, carboncino, seppia, acquerello.
Una rassegna di notevole importanza, che va a riempire un grave vuoto storiografico: si ricordi che finora a Gemito erano state dedicate solo due esposizioni monografiche (nel 1953 a Napoli, a Palazzo Reale; nel 1989 a Spoleto, nell’ambito del Festival dei Due Mondi).
L’itinerario delineato - purtroppo caratterizzato da un allestimento poco divulgativo - segue un criterio tematico.
L’avventura poetica gemitiana è stata scomposta in vari capitoli: i fanciulli, i pescatori, gli acquaioli, i ritratti, gli autoritratti, le meduse, le sibille, gli omaggi a miti come Alessandro Magno e Carlo V.
E poi: il centrotavola realizzato per Umberto I, il Narciso e l’Oscar du Mesnil.
Una catalogazione ragionata, accompagnata anche da una selezione di significativi momenti dell’arte del secondo Ottocento e da una piccola galleria di fotografie d'epoca (in larga parte dell’Archivio Parisio).
Ciò che colpisce è il continuo transitare tra bozzettismo e classicità.
Gemito mira a saldare territori non contigui: urgenze realiste e fascinazioni antiche, tensioni scapigliate e controllo aureo.
Influenzato della tradizione del verismo meridionale, vuole aderire alla fenomenologia del mondo. Scolpisce eventi plastici che accolgono echi dissonanti, rivelando un gusto immediato ed efficace, nel cogliere tipi umani e sociali.
In ogni sua annotazione - in terracotta e in bronzo -, si percepisce un’accesa sensibilità per il vero. Ciascuna scultura rispecchia aderenza alle cose e rifiuto di ogni idealizzazione.
L’opera è il riflesso di un’attenta indagine socio-antropologica, che, talvolta, sfocia in un descrittivismo lezioso e di maniera.
Questi abbandoni vengono riscattati nei bronzi, dove assistiamo alla scoperta della grazia.
I valori naturalistici sono filtrati, rimodulati. La prosa si fa aristocratica, più controllata. Costanti i richiami alla statuaria ellenistica, ercolanese e pompeiana. Stringenti i riferimenti barocchi.
Simile a un «Canova moderno di fine Ottocento e di primo Novecento» (per riprendere una definizione di Nicola Spinosa), Gemito attua un «ritorno al museo».
Nobilita le forme, impreziosendole. Sembra comportarsi come un alessandrino del XIX secolo, che sceglie di rifugiarsi in una bellezza d’epoca, modellando pescatori le cui mosse raffinate e veloci potrebbero far pensare alle sagome di Benvenuto Cellini o di Giambologna.
Eppure, in diversi episodi, Gremito appare come un profeta delle sperimentazioni primonovecentesche.
Si osservino alcuni dettagli: i contorni, gli abiti, le patine, le compenetrazioni tra figure e sfondi.
In particolare, le cere rosse e le maschere, dense di consonanze con le investigazioni liquide di Medardo Rosso.
E i disegni: che esibiscono sgrammaticature audaci e deformazioni impreviste.
I dati anatomici deflagrano, le epidermidi si piegano, le linee si spezzano. Si toccano le vette del non-finito. L’unità esplode tra rapidi cenni e tocchi incompiuti.
Dunque, chi è per noi «’o scultore pazzo»?
Un classicista d’avanguardia.
Ecco il profilo che ne offre Gabriele d’Annunzio nel 1901: «Era povero, nato dal popolo; e all’implacabile fame dei suoi occhi veggenti, aperti sulle forme, si aggiungeva la fame bruta che torce le viscere.
Ma egli, come un Elleno, poteva nutrirsi con tre olive e con un sorso d’acqua».
2009-03-30 13:12:03 - Vincenzo Trione

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