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Recensioni
Viaggio in Paradiso
di Marco Fiorillo
Unico sopravissuto (Mel Gibson) di una coppia di ladri statunitensi, un uomo dall’identità sconosciuta finisce in suolo messicano durante la fuga col bottino.
Varcata la frontiera di pochi metri, viene arrestato dal comandante Vasquez e rinchiuso nell’ “El Pueblito”, una prigione più simile ad una caotica baraccopoli, in cui i carcerati stessi fanno il buono ed il cattivo tempo, affiancati anche dalle loro famiglie, ospitate nel “penitenziario”.

Tutto diventa onirico agli occhi del ladro che dovrà sopravvivere in quello strambo inferno contando sul solo aiuto di un bambino di nove anni col vizio del fumo, mentre Vasquez si gode i soldi sequestratigli ignorandone la provenienza.

Quell’ansia da tempo che passa che ha già attanagliato Bruce Willis stringe alla gola anche un’altra icona action come Mel Gibson.
Così le nuove rughe e gli acciacchi senili diventano voglia di ritornare in movimento, di fare a cazzotti e di correre spericolatamente in macchina: voglia di sentire che quel tempo non è mai passato.

Ma come La fredda luce del giorno, Viaggio in Paradiso dimostra che la rassegnazione è l’unica arma contro la nostalgia del passato.

Le poche buone idee non bastano per portare alla sufficienza la pellicola, su tutte la sequenza finale che dimostra quanto sia mal indirizzato l’affetto del pubblico per il protagonista che, comunque, rimane un violento criminale.

Perché l’utilizzo d’una voce narrante (tra l’altro, la voce stessa di Gibson) e l’estrema rivisitazione del penitenziario di Sona nato dall’estro di Paul Scheuring per la seconda stagione di Prison Break e trasformato per l’occasione dell’El Pueblito, sono solo alcuni degli errori in cui cade Adrian Grunberg, alla regia.

Nell’arco di soli novanta minuti il ladro belloccio e simpatico diventa, un killer spietato e dalle mille risorse, prima di ricordarsi d’essere un generoso eroe dal cuore grande, mentre il carcere diventa teatro d’una guerra civile scatenata dallo sfratto ordinato dalle autorità: è in questa ingiustificabile mutevolezza che la pellicola diventa impalpabile.

Il prodotto finale è un inno a Mel Gibson. Sceneggiatore, produttore, in parte anche regista (Adrian Grunberg lo aveva affiancato in Apocalypto e Fuori Controllo), ed ancora voce narrante e sfaccettato protagonista, i cui caratteri sono la summa delle mode action degli anni ’80 e delle più violente tendenze alla Rodriguez e Co.

Tutto ciò che non è Gibson si perde fumosamente, tutta la pellicola si muove intorno ed insieme a lui, finanche nella scelta del resto del cast, tutto supplementare all’infuori di Peter Stormare, cui comunque viene dedicato limitatissimo spazio.

25/5/2012
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