Cultura
Montevergine Barocca
di Antonio Tortora
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Recarsi al Santuario Benedettino di Montevergine (
www.santuariodimontevergine.com tel.: 0825/72924 ) è un’esperienza importante dal punto di vista spirituale e religioso, sia se ci si reca in pellegrinaggio, con ore di cammino, attraverso le mulattiere che partono da Mercogliano e da Ospedaletto d’Alpinolo; sia se si utilizza la strada rotabile o anche la moderna funicolare, una delle più importanti d’Italia e seconda in Europa per dislivello, che in soli 7 minuti si inerpica per 734 metri d’altezza.
Tuttavia, oltre alla natura incontaminata del Partenio, massiccio montuoso lussureggiante, capace di offrire ossigeno e frescura anche nei periodi più caldi dell’anno e oltre alla intrinseca sacralità del Santuario nella cui Basilica Nuova campeggia una delle più belle immagini di Madonne italiche, la taumaturgica Mamma Schiavona realizzata nel XIII° secolo, c’è molto altro da visitare. Ricordiamo l’antica Basilica con uno stupendo Baldacchino in mosaico, il Tabernacolo del XV° secolo, l’Altare Maggiore in mosaico fiorentino e l’antico Coro cinquecentesco; la Cappella del Santissimo dove fino al 1960 era collocata la Sacra Icona della Madonna (una delle più grandi icone esistenti al mondo con i suoi mt.4,60 x mt.2,38); la Sala ex-voto dedicata a San Guglielmo da Vercelli fondatore della Congregazione Verginiana; La Cripta contenente l’urna con il corpo del Santo fondatore; una mostra permanente del presepio nel mondo con una sezione dedicata ai presepi napoletani; infine il Museo Abbaziale dove sono esposte opere pittoriche, legni intagliati e dipinti, i “gioielli della Madonna” raccolti in oltre sette secoli unitamente a Paramenti sacri, ostensori e calici, sculture marmoree risalenti al medioevo e all’epoca romana, reperti di arte popolare.
Ebbene fino al 30 ottobre prossimo, trascorsi 422 anni dalla Bolla papale del 27 agosto 1588 con cui Sisto V° consentiva a Montevergine di svincolarsi dall’amministrazione della Casa dell’Annunziata di Napoli, sarà visitabile la mostra Montevergine Barocca – Manifestazioni artistiche nella Congregazione Verginiana tra seicento e settecento. Si tratta di una imponente rassegna di opere “provenienti dalla Casa Madre ovvero dalla stessa Abbazia e dal Palazzo Abbaziale di Loreto – chiarisce Umberto Beda Paluzzi Abate Ordinario di Montevergine – nonché da alcuni monasteri appartenenti alla Congregazione ubicati in Napoli, Marigliano, Mercogliano, Capua, Avellino, Goleto, Penta”. Va detto infatti che il Seicento rappresentò per Montevergine e i monasteri da essa dipendenti un vero e proprio “periodo di rinascita, di ripresa culturale in grado di determinare una intensa stagione di fioritura artistica – aggiunge l’Abate Beda Paluzzi – culminante in una copiosa e straordinaria produzione settecentesca”. Osservando le opere esposte nel Museo: pitture, sculture marmoree e lignee, paramenti sacri e manufatti tessili, arredi liturgici, argenti e parte dei Gioielli della Madonna effettivamente si ha l’impressione di immergersi in un patrimonio d’arte che comincia molto lontano nel tempo e che sfocia, in un trionfo di oggetti dai riflessi dorati e argentati, di tele ricche di chiaroscuri, di volti ispirati e soprattutto di testimonianze di fede cristallizzate nella loro spontanea genuinità. “E’ la prima volta che organizziamo una mostra sul Barocco – ci informa Padre Riccardo Guariglia responsabile dell’Ufficio Diocesano Beni Culturali e capo dello staff organizzatore – e dall’11 luglio numerosi pellegrini, turisti e visitatori occasionali hanno potuto integrare la loro visita al Santuario con una full immersion nel barocco partenopeo”. Mentre lo studioso Emanuele Mollica, responsabile del Museo Abbaziale di Montevergine, nel corso di una approfondita visita ci descrive il “ricchissimo apparato iconografico di enorme suggestione, soprattutto nella pittura” giungendo fino alla descrizione di “esperienze del naturalismo caravaggesco e del luminismo settecentesco”.
Cerchiamo di fornire una piccola rassegna di opere pittoriche in mostra: “Salomè” olio su tela di un probabile Battistello Caracciolo il cui personaggio femminile si riscontra anche nelle Sette opere di misericordia del Caravaggio. “San Paolo eremita” olio su tela di Luca Giordano dei primi tempi detto “Luca Fapresto” per la sua sorprendente velocità di esecuzione; si riferisce al San Paolo di Tebe primo fra gli eremiti cristiani la cui tela proviene dalla chiesa di Santa Maria in Alto Spirito detta di Monteverginella e la cui figura ben si collega alla Regola Benedettina per l’ideale di vita ascetica e ritirata. Luca Giordano fu un pittore molto prolifico e si mosse fra Napoli, Firenze e Madrid. “Madonna tra San Guglielmo e San Francesco di Paola” olio su tela di Francesco Solimena, soprannominato “Abate Ciccio” e operante nel pieno del barocco e del rococò napoletano ovvero quando Napoli era capitale europea della pittura; i due santi, pur avendo vissuto in epoche diverse furono accomunati dai lunghi pellegrinaggi, dalla vita eremitica e dalla fondazione di comunità monastiche.
Le opere del Solimena sono disseminate nelle collezioni di mezza Europa. “Madonna in gloria con San Guglielmo e Santi” olio su tela e capolavoro del pittore, scultore e architetto Domenico Antonio Vaccaro con cui, agli inizi del ‘700, si contribuì alla diffusione del culto della Madonna di Montevergine e di San Guglielmo da Vercelli dalla Congregazione Verginiana a tutto il Regno di Napoli. La “Nascita della Vergine” olio su tela dell’allievo di Battistello Caracciolo Carlo Mercurio che, nel 1657, dedicò a Mamma Schiavona per ringraziamento per aver posto fine alla peste che fece numerose vittime tra la popolazione e il clero Verginiano. E ancora, per non dilungarci eccessivamente sulla pittura, citeremo solo i nomi di Andrea Vaccaro, Mattia Preti, Guido Reni, Paolo De Majo e Michele Ricciardi. Non possiamo tralasciare il piano da tavolo di Cosimo Fanzago e il sarcofago del fondatore di Montevergine “ricomposto nella sua integrità per la prima volta – dice l’Abate Umberto Beda Palazzi – in occasione della attuale esposizione”; le sculture lignee policrome dove vengono raffiguarati l’Immacolata e San Guglielmo.
A ulteriore testimonianza del legame fra Napoli e il Santuario irpino ricorderemo, fra le sculture, il busto di San Gennaro, delle cui spoglie custodite a Montevergine, i napoletani reclamarono la restituzione, due statue di San Guglielmo di cui una in legno del XVIII secolo di scuola campana e un’altra in marmo di Carrara del XVII secolo ed ancora un busto di San Gennaro del XVIII secolo realizzato in rame argentato e bronzo.
Il visitatore e il pellegrino hanno ancora due mesi per visitare una mostra che, dopo quella dedicata alla “Sindone a Montevergine dal 1939 al 1946” del giugno scorso, agli “ex voto della Madonna di Montevergine nell’arte” del maggio del 2009 e altri numerosi appuntamenti, potrebbe rappresentare un utile e doveroso momento di riflessione sull’arte come veicolo privilegiato per la diffusione della fede, della devozione popolare e soprattutto, nel nostro caso, del culto mariano.
L’epigrafista, archeologa e storica dell’arte Margherita Guarducci era stata ad un passo dal definire la sacra icona di Montevergine la probabile prima immagine del volto della Madonna o, almeno, la copia occidentale più antica della prima icona bizantina, la famosa Odigitria di Costantinopoli; la studiosa, scomparsa all’età di novant’anni è famosa per aver scoperto le ossa di San Pietro in Vaticano.
Comunque sia, stando ad un antico canto popolare virginiano e dunque alla vox populi, abbiamo a che fare con la Vergine nera più bella e più miracolosa tra le sei sorelle campane oggetto di maggiore devozione, fra cui le Madonne di Pompei, di Santa Filomena, di Mugnano, del Carmine e dei Bagni.