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Cronaca
Le risate del coccodrillo 2
di Ottavio Soppelsa
Vivi così da non doverti mai vergognare se qualsiasi cosa tu abbia fatto o detto viene pubblicata in tutto il mondo anche se ciò che si pubblica non è vero.
Richard Bach, Illusioni


Dopo circa cinque anni mi incuriosisce sapere che fine abbia fatto quella famosa carcassa di bovide trovata a Piazza Municipio durante i lavori per la Metropolitana; forse giace in qualche deposito sotterraneo oppure è stata riutilizzata per farne pentoloni di brodo.

L’unica cosa certa è che i lavori non sono ancora finiti e che un articolo, derivato dalla notizia principale data dal Corriere della Sera, riscuote ancora molto successo. La mia preoccupazione è che il coccodrillo che iniziò a ridere cinque anni fa sembra non aver mai smesso e, purtroppo, rischia di morire dal divertimento.

Senza scomodare la Regina Giovanna, senza esagitazioni e senza inutili sarcasmi vi racconterò una storia.
Un giorno, nell’ormai lontano 2004, un giornalista mi contattò telefonicamente chiedendomi di poter confermare o smentire che il reperto osseo rinvenuto negli scavi di Piazza Municipio fosse un coccodrillo.

Per poter esprimere un parere mi inviò due immagini jpeg di mediocre qualità e l’informazione che il reperto aveva una lunghezza di circa 3 metri! Ora, poiché non mi sono mai dato arie da “eminente”, tantomeno da “eminente professore”, nonostante non mi fosse data la possibilità di visionare di persona la carcassa, riconobbi nei resti, osservabili dalle sole immagini, le vertebre di un mammifero e non di un coccodrillo. Alle insistenze del giornalista di poter meglio definire di quale animale si trattasse manifestai le mie perplessità circa la lunghezza, ma, a differenza di più solerti lettori/commentatori, non peccai di presunzione bensì di ingenuità; infatti, sebbene non fossero visibili gli arti e il cranio, ribadii che si trattava di un mammifero. Mi fu quindi chiesto se poteva trattarsi di un cetaceo e, premettendo di non essere un esperto di vertebrati, con un pizzico di ironia dissi che i cetacei quantomeno sono mammiferi!

Purtroppo alcuni giornalisti seguono il clamore e, quindi, le perplessità riescono persino a diventare certezze!
L’articolo divertì tanto un altro giornalista che a sua volta ne scrisse uno tirando in ballo di nuovo il coccodrillo. Mi suonano quindi profetiche le parole di una famosa canzone:

“Scappate pure, correte se vi pare! / io vado piano, io non mi do da fare! / io non mi affanno troppo / vi aspetto tutti al varco / e quando è l'ora di fare i conti...”
Tutti al varco, da Capitan Uncino a Peter Pan!

Ad oggi è strano che quest’ultimo articolo sia ancor più famoso di quando è stato scritto ma questi sono i frutti del famoso “effetto farfalla”. Il giornalista e autore James Gleick (lui sì che sa come si divulga una notizia scientifica) per spiegare che a volte, per effetto farfalla appunto, da piccoli eventi si scatenano cataclismi usa una divertente filastrocca inglese che recita più o meno così:
A causa di un chiodo un ferro fu perso, mancando un ferro il cavallo fu perso, per la mancanza del cavallo fu perduto un cavaliere, a causa del cavaliere fu persa la battaglia, perdendo la battaglia il regno fu perso. E tutto per la perdita di un chiodo del ferro.

Ora io non possiedo né un chiodo né tantomeno un regno...

Morale?

Se dovessero chiedervi: “Ma il coccodrillo... il coccodrillo come fa?”

Ricordatevi di rispondere: “Non c’è nessuno che lo sa!”

 

Riportiamo di seguito l'articolo di Mino Rossi del 25/3/2004


Le risate del coccodrillo
di Mino Rossi


Riceviamo e malvolentieri pubblichiamo.
“Ci siete cascati anche voi. Ah, ah. Sono il coccodrillo di piazza Municipio, quello vero, quello del Maschio Angioino che non scoprirete mai perché vivo nella leggenda delle leggende, nella fantasia del passato, nelle storie arcane di Napoli.
"Non mi troverete mai.
"Quale debito io ho con questa città che scava avida nell’antichità per offrirle il regalo di farmi trovare con le mie povere ossa mangiate dal tempo, le squame deperite, il dorso morso dall’artrite e la coda rattrappita?
“Nessun debito. Farmi scoprire per fare quale fine? Essere cucito a mano, rappezzato e issato su trampoli al Museo di zoologia. Ho visto brillare gli occhi del professore Antonio Pietro Ariani quando gli hanno detto che avevano rinvenuto un antico coccodrillo sotto piazza Municipio e si gustava la scena anticipata di mettermi in una vetrina delle sue sale.
“Ci siete cascati. Non ero io negli scavi della Metropolitana. Mi sono goduto un sacco tutte le vostre congetture. Mi sono sbellicato dalle risa quando l’eminente professore Ottavio Soppelsa, docente di zoocenosi alla vostra Università, ha ipotizzato che, più che un coccodrillo, avevate scoperto un cetaceo. Non ne avete azzeccata una.
“Sono stato io, il vero, autentico, misterioso coccodrillo del Maschio Angioino, a manipolare quello che avete trovato a piazza Municipio mettendo un osso del bacino dell’animale rinvenuto al posto della sua testa perché somigliasse a un loricato dei fiumi africani.
"E, invece, che cos’è la carcassa della vostra scoperta e sorpresa, dei vostri progetti turistici e della novità eccezionale dei vostri musei?
"E’ un bue, è solo un bue. Mi verrebbe la voglia di farvi recapitare un messaggio anonimo invitandovi a scavare ancora per cercare l’asinello, inevitabile compagno storico del bue. Ci credereste ancora.
“Io sono il coccodrillo che non troverete mai, quello di cui potete vedere l’effige all’ingresso del Maschio Angioino in qualche stampa ottocentesca, pasciuto dei prigionieri che mi gettavano in un pozzo capace di accoglierli.
"Vivevo nel mare, col fastidio dell’acqua salata, ma ero trattato bene. Dal mare risalivo nel pozzo per quelle grandiose mangiate di uomini che mi proponevano il buon re Carlo d’Angiò e poi Alfonso il Magnanimo che io soprannominai Alfonso Magnamme perché, se lui non si faceva mancare nulla sulla tavola regale, a me non faceva mancare mai i prigionieri da spolpare.
“Ma chi mi ha trattato veramente bene è stato Ferrante d’Aragona con un cibo molto scelto. Mi dava da mangiare i profumati e carnosi baroni che congiuravano contro di lui. E, poi, Giovanna. Era meno pazza di quello che dicevano. Alla domenica, mi portava da sgranocchiare i suoi prelibati amanti. Che vita e che mangiate!
“Che cosa mi offrireste, oggi? Qualche cartoccio di McDonald’s, le merendine, forse addirittura i rifiuti urbani che non sapete dove mettere.
"E pretendevate che fossi io la bestia rinvenuta a piazza Municipio, con l’osso del bacino al posto della testa. Fossi stato matto a farmi trovare nel vostro immondezzaio urbano.
"Dite, poi, al signor Alexandre Dumas, morto e buono, che io non sono l’immondo rettile come lui mi ha disinvoltamente definito nella sua ‘Storia dei Borbone di Napoli’.
"Gli mancava Napoli per scatenare la sua fantasia di scrittore che giudicherei, a mia volta, immonda.
“Vi ho fregato, eh? Io esisto, ma non siete capaci di vedermi.
"Non credete alla storia che mi dettero una coscia di cavallo avvelenata per farmi fuori. Ci sono sempre. Sopra e sotto le mura del Maschio Angioino, sono a mare e nel fossato e persino, quando voglio spassarmela, alla Sala dei Baroni.
"Non ho la televisione e le sedute del Consiglio comunale è l’unico cabaret che posso vedere. Come dite voi: Zelig?
"Ecco il vostro Zelig comunale non ha eguali.
"Cordialmente.
25/3/2004



3/7/2009
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