Cultura
Cangiullo, ora spuntano i versi antisemiti
Quando il poeta futurista, celebrando il Banco di Napoli, accusò gli ebrei
di Francesco Durante
(da: Corriere del Mezzogiorno del 02 luglio 2009)
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È un’elegante plaquette di poche pagine, dagli ampi margini, ornata di una serie di disegni originali dell’autore. Fu tirata in soli 125 esemplari numerati e firmati. Ed è oggi rarissima, anzi: praticamente introvabile. S’intitola La lirica del Banco di Napoli , e si tratta per l’appunto di un poemetto, pubblicato «in occasione del quadruplo centenario» (1939) dell’istituto di credito partenopeo da quello che si può considerare il massimo esponente del Futurismo alle falde del Vesuvio: Francesco Cangiullo.
Il piccolo album spunta oggi dalla incredibile collezione di mirabilia napoletani messa insieme negli anni da Gaetano Bonelli, una raccolta che meriterebbe di andare a costituire il primo nucleo di un eventuale museo della città, capace com’è di raccontarne la storia attraverso la vita che vi si è svolta nel tempo, fatta di piccole e grandi persone e cose. Una raccolta della quale toccherà certamente tornare a occuparsi per segnalare le molte altre sorprese che può riservare. Ma torniamo intanto a Cangiullo e alla sua plaquette. Come sa chi abbia una minima familiarità con questo autore, Cangiullo fu un futurista della prima ora, e uno dei più originali: capace, come accade per esempio nella sua mirabile rivisitazione di Piedigrotta , di sposare l’estetica del più spinto modernismo con gli umori della viva tradizione popolaresca. Ma dopo le fiammate degli anni Dieci e dei primi anni Venti, in cui aveva preso parte attiva, fra l’altro, alle esperienze del teatro sintetico futurista e collaborato anche con Ettore Petrolini, Cangiullo si distaccò dal movimento, per ripiegare verso un tipo di produzione a lui più congeniale, certo singolare e a tratti anche bizzarra, ma non più «d’avanguardia».
Rimase, come dire, un vecchio compagno di strada, legato a quegli anni ruggenti dalla forza dei ricordi (che per esempio nel 1930 gli avrebbero dettato un libro scoppiettante come Le serate futuriste ) e ovviamente da una rete di rapporti personali, primo fra tutti quello con Marinetti (e sono per esempio del 1940 le Lettere a Marinetti in Africa , in cui si pubblicavano «prefazione, risposte, autografi e fotografia del poeta soldato». Non c’è però dubbio che, per il resto, Cangiullo si allineò a uno standard letterario piuttosto municipalistico, non così distante da quello dei numerosi poeti- chansonnier alla napoletana, con il loro sperimentato repertorio d’incantamenti più o meno romantici. A questo clima rinvia anche La lirica del Banco di Napoli , che è datato «anno XVIII» dell’era fascista. Si narra che, a guerra finita, Cangiullo (che alla fine degli anni Cinquanta avrebbe definitivamente lasciato Napoli per Livorno, dove sarebbe poi morto, novantatreenne, nel 1977) si preoccupasse di andare alla paziente ricerca di tutte le copie superstiti di quell’edizione, che le trovasse quasi tutte e ne facesse incetta. Quasi tutte, per l’appunto, perché quella di cui stiamo parlando dovette evidentemente sfuggirgli.
Ma per quale ragione il vecchio parolibero desiderava togliere dalla circolazione quegli antichi versi? Beh, in effetti qualche insidia si nascondeva tra le pagine di quell’esercizio poetico di qualità piuttosto modesta (poco più di un soffietto ai reggitori del Banco, che col fascismo era diventato istituto di credito di diritto pubblico e aveva visto di molto accresciuta la sua funzione strategica nel quadro dell’economia meridionale), e la si sarebbe potuta leggere subito dopo l’incipit in cui Cangiullo dichiarava il suo curioso proponimento: «Dopo cantato il Golfo mio natìo, | il Banco vo’ cantar del mio paese: | se il Sole è d’oro il Banco è come il Sole! | Perché, dopo tante canzoni, | trovate di leggieri nella malinconia, | non cercarla una volta in computisteria | l’amica Poesia?». Ahimè, il fatto è che, nel mentre cantava «la computisteria», Cangiullo lasciava sfuggire dal proprio seno accenti di entusiastica adesione al regime fascista e, quel che è sicuramente più imbarazzante, anche qualche nota antisemita. E da queste due macchie, a posteriori, sentiva probabilmente il bisogno d’emendarsi.
A distanza di tanto tempo, noi possiamo cercare di fare uno sforzo di comprensione: di tener conto dello spirito dell’epoca e delle sue parole d’ordine capillarmente diffuse. Consci, anche, del fatto che ben pochi seppero evitare il doveroso (e penoso) encomio del regime. Ma diverso è il discorso dell’antisemitismo. E anche se quello di Cangiullo non sembra spingersi oltre la pura e semplice riproposizione di vecchi e frusti stereotipi, peraltro di ascendenza prefascista, resta pur sempre il fatto che l’Italia del tempo era un paese in cui vigeva la verogna delle leggi razziali, e in cui la questione aveva preso una piega tale da non poter essere liquidata con troppa disinvoltura da un qualsiasi intellettuale che potesse dirsi libero. Eccoci dunque al cospetto del povero «don Ciccio» Cangiullo che deplora il «turpe artiglio della losca usura» e il «giudaico strozzinaggio»; e, per quanto possiamo fare esercizio di relativismo storico, non è certo un bel leggere. Nell’anno centenario del Manifesto fondativo, il Futurismo celebra i suoi trionfi, ma è giusto ricordarne anche qualche miseria.