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L’oro di Schwazer a Pechino
di Mimmo Carratelli
Chissà se aveva ragione Abdon Pamich che, ai suoi tempi, sentenziò: “Nella 50 chilometri di marcia si parte giovani e si arriva anziani. Sembra di attraversare tutte le stagioni dell’esistenza”.
Pamich, istriano di Fiume, è stato il secondo e ultimo oro azzurro nella massacrante prova olimpica prima che, a Pechino, l’altoatesino Alex Schwazer vincesse, nella terzultima giornata delle Olimpiadi, la gara della fatica e del sudore, tacco e punta senza sgarrare, la squalifica è sempre dietro l’angolo se l’andatura non è corretta.
Abdon Pamich aveva 31 anni quando vinse l’oro della marcia a Tokyo, quarantaquattro anni fa. Gli capitò un episodio curioso. Al venticinquesimo chilometro dovette fermarsi e nascondersi dietro una siepe. Una bevanda ghiacciata gli aveva scombussolato lo stomaco.
Il tempo di Pamich a Tokyo fu di 4h11’12”. Il tempo di Alex Schwazer a Pechino è stato di 3h37’09”. Così cambia il mondo. Un’ora e 14 minuti in meno di sofferenza.
Il primo oro olimpico dell’Italia nella 50 km di marcia lo conquistò Pinuccio Dordoni, piacentino. Aveva 26 anni, ad Helsinki. Marciò con un berrettino. Se lo tolse educatamente quando entrò nello stadio. Dopo il traguardo barcollò e stramazzò sull’erba.
Sono immagini romantiche quando le Olimpiadi erano più umane, meno spettacolari, meno geopolitiche, meno danaro. A Pechino tutta un’altra aria, però fortunatamente in una mattinata senza pioggia. I marciatori hanno inanellato un circuito, appositamente realizzato, non lontano dalla spettacolare struttura del Nido d’Uccello, lo stadio olimpico pechinese.
La sofferenza non è cambiata molta, ma Alex Schwazer l’ha quasi nascosta. Alto (1,85), elegante, sicuro, il volto duro, gli occhi verdi, il colore dei boschi, ha marciato celando la fatica. Perché lui, che vive in un paese di otto case e cinque alberghi, Racines, e corre nei boschi dell’alta valle dell’Isarco, a mille metri, e spacca la legna, e va a fare la spesa a piedi a Vipiteno, cinque chilometri, è un ragazzo cresciuto nel mito della fatica. “Il mio è un ambiente – dice – dove le persone lavorano duro”.
Lui ha voluto lavorare duro nella marcia con un solo e preciso obiettivo: diventare campione olimpico. Della marcia dice: “Il talento serve fino a un certo punto. Bisogna fare molti sacrifici e allenarsi tanto”. Così facendo ha vinto a Pechino mostrando il volto della soddisfazione. Non era gioia, perché i montanari non sanno che cos’è la gioia, sanno che cosa sono i sacrifici e quel che ne viene è una conquista pacata.
Schwazer è andato subito in testa. Il russo Nizhegorodov l’ha affiancato molto dopo con un australiano e un cinese. Alex neanche se ne accorgeva della loro presenza, ma al cinese offriva la bottiglietta dell’acqua che l’altro rifiutava cortesemente. Il caldo non era eccessivo, ma l’umidità era del 97 per cento.
Sempre tra i primi, Schwazer se ne è andato al 42° chilometro. Più giovane di Dordoni e Pamich (che era proprio “vecchio” quando vinse a Tokyo, 31 anni), Alex Schwazer, 24 anni, ha corso con una fascetta nera su una spalla. Era il lutto per la scomparsa del nonno. “E’ stato molto importante per me. E’ morto a luglio”.
Frasi sempre asciutte. Sul traguardo, precedeva di due minuti l’australiano Jared Tallent (3h39’27”) e il russo Denis Nizhegorodov (3h40’14”). Si lasciava andare, l’altoatesino, a un pianto legittimo. Ma, scaricata la tensione, è venuto fuori col suo carattere duro.
“Volevo vincere perché me lo merito. Sono uno che non imbroglia, ve lo posso assicurare”. Un paladino dello sport pulito, però orgoglioso. “Non mi avrebbe battuto neanche Superman”. Una sicurezza asciutta.
Al polso ha portato un braccialetto e ha detto semplicemente: “E’ per una persona importante”. La privacy a tutti i costi. E’ arruolato nell’Arma dei carabinieri.
Forse, marciando duramente, è avvantaggiato dalla sua brachicardia, 29 battiti al minuto. Era brachicardico anche Fausto Coppi. “Non tutti gli atleti hanno le qualità per diventare numeri uno. Io sono forte fisicamente e, per vincere, mi basta l’allenamento”. Un ragazzo severo. Nella marcia, è stato bronzo ai Mondiali 2005 e 2007 e nella Coppa del mondo 2008. Dice ancora: “Pochi atleti hanno la mia determinazione. Ho sempre voluto diventare uno sportivo forte e ci sono riuscito”. E’ un individualista. “Voglio vincere da solo”.
Un altoatesino impeccabile. Nell’alta valle dell’Isarco avranno fatto festa con moderazione. Alex porterà la medaglia d’oro di Pechino a Racines per mostrarla davanti alla tomba del nonno. Senza fotografi.
22/8/2008
  
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