Calcio
Reina, Yolanda, Napoli e l’amore ritrovato
di MImmo Carratelli (da: Il Mattino del 9.09.2017)
Hola, pepereina, detto tutto d’un fiato, come un sospiro, un intenso saluto d’emozione, un abbraccio immediato, un bentornato tra noi dopo uno, due, tre giorni in cui eri scivolato via, un po’ corrucciato, ma Yolanda è andata sulla luna a recuperare il tuo cuore napoletano, come Astolfo fece col cervello di Orlando, e l’ha riportato a Posillipo.

Yolanda, moglie bellissima e devota che un giorno scrisse “emozioni e valori di un popolo unico che si chiama Napoli, è un orgoglio far parte di questa città”, la moglie del corsaro verde, visto il colore della tua nuova divisa, pepereina, insomma la grande donna che c’è sempre dietro un grande uomo.

A noi romantici piace pensare che sia stata lei, proprio lei, a cancellare ogni tentazione parigina perché, crederci o non crederci, ‘o paraviso nuosto è chisto ccà.

Ed eccoti, pepereina, che torni dai viaggi con la nazionale spagnola, e il corruccio e le ombre sono sparite, insieme al Paris Saint Germain, e ti viene da dire “eccomi e mo’ vinciamo tutto”, accidenti, il tuo carisma romantico, la tua allegra eleganza, uomo d’amore prima d’essere uomo di libertà, e questo legame col Napoli e con Napoli che solo gli scettici escludono.

E, così, l’altra sera, la festa post-datata del tuo compleanno sul costone di via Manzoni, sospeso tra le stelle e lo stadio di Fuorigrotta, al Castello De Vita (da vita mia), con tamburelli, pulcinella e corni, napoletanamente organizzata da Yolanda, a sorpresa, amici e giocatori azzurri in gran quantità e tu, pepereina, che canti “un giorno all’improvviso” col faccione un po’ commosso, noi felici a guardare le foto della festa.

Simme ‘e Napule, paisà (scurdàmmoce ‘o ppassato).

Finita la festa, si torna al campionato e alla Champions e per Reina, 35 anni, è la stagione più impegnativa per le promesse, le emozioni e quel “patto d’entusiasmo” siglato a Dimaro per una grande impresa.

L’età non conta, i portieri hanno lunga vita. Zoff ha smesso a 40 anni, Pagliuca a 41.

È importante questo rientro “a sentimenti spiegati” del portiere spagnolo dopo i dissapori di maggio, quella “rottura” con De Laurentiis alla cena di fine campionato sulla collina vomerese e il successivo tweet spigoloso di Pepe col presidente nel mirino (“la vera eleganza è restare indifferenti di fronte a gente che vale poco”) e, ancora di più, sui social il durissimo post di Yolanda Ruiz, la moglie ex pallavolista e laureata in economia (“quando chi comanda perde la vergogna, chi obbedisce perde il rispetto”), mentre si annunciavano le sirene parigine e Reina non sorrideva più.

Yolanda era stata drastica anche dopo la sconfitta di Madrid col Real (“se non la ami quando perde, non amarla quando vince”), una lezione per tutto l’ambiente azzurro.

Il boato del San Paolo all’ingresso di Pepe prima di Napoli-Atalanta e, alla fine, l’affettuoso saluto di tutto lo stadio, Reina con una lacrima sul viso, hanno forse segnato la svolta “di cuore” per la permanenza del portiere, per giunta prigioniero di un contratto che non gli dava chance.

All’indomani, Yolanda postava un tweet sentimentale, primo segnale di una vita a Napoli irrinunciabile coinvolgendo due dei figlioli maschi, “Luca e Thiago già sono pronti per la nuova stagione”, un tweet del 28 agosto, con la foto delle nuove maglie dei portieri del Napoli, l’arancione e la verde.

Le donne non dimenticano, ma sanno perdonare (la “rottura” di fine maggio).

Reina è uno degli otto portieri stranieri della serie A, l’unico spagnolo, nipote calcistico del grande barcellonese Zamora, mentre sono due i brasiliani (Alisson Roma, Nicolas Verona), due gli sloveni (Handanovic Inter, Belec Benevento), due gli albanesi (Berisha Atalanta, Strakosha Lazio).

Nella Spal il senegalese Alfred Gomis, naturalizzato italiano, è soprannominato “Puma”. Ma c’è anche il polacco Szczesny, riserva di Buffon alla Juve.

L’Italia è stata terra di grandi portieri prima che la globalizzazione anche nel pallone, dagli anni Novanta, riempisse di “numeri uno” stranieri il nostro campionato: brasiliani, che sembrava una bestemmia, a parte Taffarel con quel nome da tavoletta di cioccolato, argentini, polacchi, tedeschi, ora anche albanesi e sloveni.

La “scuola italiana” parve esaurirsi con Dino Zoff che, a Napoli, osammo definire Nembo Kid e il portiere friulano dalle grandi mani di contadino per poco non ci inseguì per tutto il San Paolo.

Oggi, Donnarumma dopo Buffon, forse Perin, Cragno e Meret sono gli ultimi prodotti di una scuola in declino (tanto i portieri, quanto i difensori).

Nel dopoguerra, vedemmo portieri nelle lugubri divise nere (fu una novità la prima maglia grigio-chiara) che erano eroi cupi e solitari, Angelo Franzosi all’Inter detto “Camomilla” per la calma e freddezza; Ivano Corghi al Modena; Glauco Vanz al Bologna imbattuto per 664 minuti prima che dalla distanza un gran tiro di Castigliano del Grande Torino gli piegasse le mani; Giorgio Ghezzi il kamikaze dell’Inter per le uscite basse e spericolate tra i piedi degli attaccanti; Lucidio Sentimenti, il quarto dei fratelli modenesi di Bomporto, che tirava anche i calci di rigore (al Napoli e a Napoli si legò per tutta la vita il fratello Arnaldo, detto Cherì), il primo Buffon, Lorenzo, negli anni Quaranta-Sessanta tra Milan e Inter e il matrimonio da rotocalco con Edy Campagnoli, la valletta di Mike Bongiorno.

L’unico portiere allegro era Valerio Bacigalupo della bella cantilena granata “Bacigalupo, Ballarin, Maroso”, schiantatosi a Superga a 25 anni, protagonista di una tournée brasiliana del Grande Torino con foto gigantesche sui giornali di Rio per i suoi voli da palo a palo, come sapeva farli anche Bepi Moro, il trevigiano matto, che il “Calcio Illustrato”, inchiostrato d’azzurro, immortalò in copertina, durante una trasferta della nazionale in Inghilterra, mentre al vecchio Wembley, provando il terreno di gioco, volò da palo a palo col peso di un cappotto invernale addosso.

Terra di portieri con Enrico Albertosi, driver e patito di cavalli, e ora la lunga vita di Gianluigi Buffon, il migliore in questi ultime trenta stagioni, dopo gli anni di Zenga e Tacconi.

Ai suoi tempi, Giuliano Sarti era piatto come un’acciuga. Castellini è stato il giaguaro e il sole di Napoli lo guarì dai reumatismi mentre filava verso i quarant’anni.

Lontani, ma più vicini a noi, Toldo, Peruzzi, Pagliuca che giocò fino a 41 anni (con l’Ascoli).

Portieri, un ruolo che fa impazzire, per uomini coraggiosi, soli nell’errore, una volta matti e acrobatici.

Oggi un ruolo meno spettacolare del passato, non più aquile reali, non più Batman (Taglialatela) e uomini ragno (Zenga) e pallottole (Ivano Bordon) e giaguari e orsi volanti.

Per Pepe Reina un solo soprannome: Paco Rabanne Invictus, un portiere profumato di forza ed eleganza. 
9/9/2017
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