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Cultura
Introduzione alla storia della follia
di Achille della Ragione
Da tempo mi sono interessato al tema della follia e mi sono documentato, attraverso colloqui ed interviste con psichiatri ed altri addetti al settore, ma soprattutto compulsando i testi fondamentali sullargomento, dalloramai datatoElogio della folliadi Erasmo da Rotterdam alle complesse elucubrazioni di Michel Foucault.

Questo interesse aumentato quando Vittorio Sgarbi nel 2009 mi nomin consulente, perch doveva allestire a Siena una importante mostra: Arte, genio e follia nellarte (fig. 2), che ebbe un notevole successo.

In precedenza Sergio Piro, mordace intellettuale, era venuto come relatore, in compagnia di Luciano Scateni, allepoca caporedattore delledizione napoletana diLa Repubblicanel mitico salotto di Donna Elvira, dove si parl animatamente delle teorie di Basaglia (fig. 3) e della chiusura dei manicomi, e Piro super abilmente il contraddittorio di gran parte dei presenti contrari a quella rivoluzionaria decisione e rispose con competenza alle mie numerose imbarazzanti domande sullargomento.

Voglio ora trattare il tema per i lettori, partendo dallantichit, in particolare dal mondo greco, la culla della nostra civilt, il quale, a differenza delle societ successive, non conobbe la reclusione dei folli, ma seppe convivere con le loro intemperanze, elaborando sofisticate forme di elaborazioni dellalienazione mentale attraverso la convivenza, precedendo di millenni quelle che saranno le esperienze rivoluzionarie di Basaglia e di altri studiosi.

Nelle societ antiche, la follia possedeva una forte connotazione mistica, essendo ritenuta derivante dallinflusso di qualche divinit (l'epilessia, ad esempio, per questo motivo, veniva chiamata morbo sacro).

Il trattamento della follia era dunque di tipo mistico religioso e veniva praticato dai sacerdoti del tempio, che tentavano di alleviare i sintomi con riti e preghiere e nello stesso tempo tentavano anche di interpretare i sintomi del folle come se fossero dei messaggi provenienti da entit sovrannaturali.

A volte la follia veniva considerata una punizione o una maledizione divina: in questi casi la persona giudicata folle veniva emarginata dalla collettivit.

I greci distinguevano due tipi di follia, una delle quali era interpretata come un dono degli dei, lo stesso Platone ad indicarci quale essa fosse: quella dellartista ispirato che scopriva dentro di s sublimi energie creative, del profeta in grado di leggere nel futuro, dei riti dionisiaci con i loro rituali di trance che permettevano di raggiungere lestasi ed infine (la migliore, precisa il filosofo) lamore, la pi dolce delle follie, che permette allindividuo di confrontarsi con lassoluto.

La follia poteva cos divenire, a seconda dei casi, una malattia della mente o un potenziamento delle nostre facolt.

Intorno al V secolo i Greci avevano un concetto della psiche diverso da quello che assunse in seguito. Per Omero era il soffio vitale che animava il corpo, per abbandonarlo dopo la morte. La cultura elabor poi una diversa concezione per il concorso di correnti religiose e saperi laici, tra cui la medicina e la psiche concise con lidentit interiore delluomo, unidea che da Platone verr accolta dal Cristianesimo.

Sulla fisicit dellintelletto domin la lezione di Ippocrate (460 a.C. 377 a.C. ), il medico pi autorevole del tempio di Asclepio, nell'isola di Kos, il quale valorizz per la prima volta, nelDe morbo sacroil ruolo conoscitivo del cervello, condannando le pratiche medico psichiatriche operate da sacerdoti e sciamani.

Ippocrate riteneva che il corpo fosse formato da quattro umori: sangue (caldo umido), proveniente dal cuore, flegma (freddo umido) originato dal cervello, bile gialla (caldo secco) prodotta nel fegato, bile nera (freddo secco) secreta nella milza.

La malattia era dovuta ad uno stato di squilibrio dei quattro umori presenti nell'organismo o solo ad uno di essi, oltre che da fattori esterni, come il clima o il regime alimentare. Alla sua scuola la predominanza dellumore nero, secreto dalla bile portava ad unindole triste, ritirata, pessimista: la malinconia (melancholia, dove melas significa nero e chole bile).

Al contrario, la presenza di sangue rosso causava i caratteri passionali, rabbiosi: i sanguigni, termine usato ancora oggi. I trattamenti possibili erano di tipo fisico: bagni caldi e freddi, salassi, unguenti, purganti.

Pi tardi, attraverso i medici greci e soprattutto con Galeno (129-200 ca. d.C.), che riprese la teoria umorale di Ippocrate, queste ipotesi e queste pratiche giunsero anche a Roma, dove rimasero dominanti fino alla caduta dellimpero.

Dopo aver occupato una posizione importante nei riti religiosi, come nel tempio di Apollo a Delfi, ove si praticava la divinazione estatica, lalterazione della coscienza venne interpretata durante il periodo di Pericle e di Socrate in maniera diversa ed alcuni fenomeni quali la possessione ed altri stati di alterazione della coscienza vennero relegati tra le manifestazioni dellirrazionalit. Si oper una distinzione pi marcata tra ragione e follia, una manifestazione estrema dellinquietudine umana.

La tragedia sonder ci che di oscuro alberga nelluomo, dal dramma di Eracle o di Medea, che uccidono i loro figli pur amandoli, alla violenza autodistruttiva di Aiace, allira funesta di Achille, fino ai fantasmi di Oreste.

Il mito sublimer la follia e permetter una convivenza quasi sempre senza traumi, un comportamento unico nella storia occidentale, dove si apriranno profonde fratture tra ragione e follia.

Una figura unica nel panorama folcloristico napoletano quella del pazzariello (fig. 4), oggi quasi scomparsa, un simbolo di quella saggia follia di origine bacchica, proveniente dal nostro pi lontano passato, che per secoli ha avuto una veste ufficiale in questo simpatico personaggio, reso immortale dalla leggendaria interpretazione datagli da Tot (fig. 5), che pubblicizzava prodotti e taverne, vestito di carta colorata, in feluca, spadino ed alla testa di una sgangherata orchestrina di tamburi, pifferi, trombe e clarini.

Egli informava il popolino dellarrivo di botti di vino novello nelle osterie tra mille, lazzi, fischi, capriole e filastrocche, interrotte da entusiastici battimani della plebe, accorsa ad ascoltarlo nei quartieri popolari dove abita lanima immortale della citt, la sua vitalit ed il suo spirito (fig. 6).

Stranamente, ad eccezione di Viviani, nessuno dei grandi scrittori partenopei ricorda la sua figura, invano compulseremoil Paese diCuccagnadi Matilde Serao, le poesie o le canzoni di Salvatore Di Giacomo, di Ferdinando Russo, di Rocco Galdieri, di Murolo, Bovio o Nicolardi, numi tutelari e custodi della pi verace napoletanit.

Una incomprensibile dimenticanza di questa genuina espressione della pi sana follia dei napoletani. Molti, oltre a quello impersonato magistralmente dal Principe del sorriso, ricordano il pazzariello del film i Guappi di Nicola Squitieri.

Io personalmente rammento, in via Salvator Rosa, dove abitavo da bambino, un simpatico pazzariello (fig. 7), dagli abiti variopinti quanto sdruciti, che pazzo lo era davvero ed amava passeggiare, claudicante, anche fuori servizio nelle sue vesti sgargianti, snocciolando frasi prive di senso, intervallate da motti ed aforismi, recitati a memoria senza che nessuno dei passanti ne capisse larcano significato.

Fino a quando, alcuni benpensanti lo fecero richiudere al manicomio di Capodichino, dove fin i suoi giorni, in quella grandiosa e triste prigione dalle invalicabili mura gialle, che i napoletani chiamavano affettuosamente Pazzaria e dove secondo alcuni critici lavorava uno psichiatra dal quale prese ispirazione Edoardo Scarpetta per delineare la figura del protagonista della sua commediaO miedeco de pazze, per il resto della trama ispirata alla farsa pariginaPensione Chottle.

Lunico che riusc ad evadere da quel luogo di pena fu Vincenzo Gemito, il celebre artista, uscito di senno per un affare di corna, che aggrav i suoi latenti disturbi nervosi provocati da una sifilide allo stadio terziario. Egli era un folle lucido dotato di forza prodigiosa, in grado di piegare i metalli con le dita e di domare bestie feroci.

Una notte evase spezzando le sbarre e saltando seminudo quelle mura infinite, per chiudersi a casa sua in una stanza dalla quale non usc pi per oltre venti anni, fino a quando Mussolini non decise di nominarlo Accademico dItalia e di premiarlo con un milione come segno di riconoscenza ad un genio nazionale.

Alla figura del pazzariello, in maniera forse arbitraria, vorremmo affiancare quella del mastrogiorgio, il quale era il custode degli alienati mentali (fig. 8), un infermiere specializzato che nasce a Napoli, dove presso lospedale degli Incurabili esisteva uno dei primi reparti del mondo dedicato alla cura di questi particolari malati.

I pazzi erano curati ed assistiti con grande amore, anche se la terapia dei loro disturbi non era, come non lo ancora oggi, risolutiva. Essi venivano confortati ed utilizzati per umili mansioni, come distribuire il cibo ai ricoverati per altre malattie e girare la ruota per tirare lacqua dai pozzi.

Queste piccole attivit manuali erano ritenute terapeutiche alla pari dellascolto di una buona musica, unidea originale che precorre di secoli la moderna musicoterapia. Si applicava inoltre un regime dietetico iperproteico, che prevedeva la somministrazione di numerose uova, dettoe cientova.

I matti erano divisi in categorie per ognuna delle quali cambiava lapproccio terapeutico: per i pi violenti si dava da ingurgitare sangue di asino, per i malinconici infusi disgustosi e decotti aromatici, per i tonti frizioni alla testa con latte di donna misto a sedano.

Naturalmente con queste terapie bisognava aspettarsi un intervento divino per ottenere un risultato positivo, come ci ammonisce il celebre dipinto di Stanzione: Guarigione dellossessa (fig. 9), conservato nella sagrestia della Cappella del Tesoro.

Purtroppo due rovinosi incendi, nel 1795 e nel 1822, hanno distrutto completamente gli archivi dellospedale, privandoci di una capitolo importante della storia della sanit napoletana e precludendoci ogni possibilit di conoscere realmente il tipo di cura che veniva prestato ai folli ivi ricoverati, per sappiamo, attraverso altre fonti della curiosa abitudine, durata ininterrottamente dal 1519 al 1734, di concedere a questi malati nei giorni di Carnevale di poter uscire, sorvegliati a vista daimastrogiorgie di poter irrompere per le strade, dando sfogo alle loro energie represse e addirittura poter ballare nel palazzo del vicer, motteggiando le guardie con lazzi volgari e fragorose pernacchie. Una liberalit ad orologeria in linea con il famigerato buonismo e la proverbiale permissivit dei napoletani.

Nella prima met del Seicento mastro Giorgio Cattaneo, il medico dei pazzi, curava i malati di mente pi esagitati legandoli a una grande ruota che poi calava nel pozzo degli Incurabili (fig. 10), su a Caponapoli.

Sotto la sferza di Mastrogiorgio la ruota veniva fatta girare vorticosamente, per portare i folli allo sfinimento in quello che potremmo definire una sorta di elettrochoc ante-litteram, perch a quei tempi si pensava che la follia fosse dovuta alla presenza di meningi anormali e a un'eccessiva concentrazione di nervi nelle tempie, che provocava nei pazienti neurolabili - gliscemi di cervello, come venivano chiamati - un moto disperato e perpetuo.

Per fortuna tanti altri clinici e luminari hanno preso il posto del dottor Cattaneo, e la cura delle malattie mentali, anche grazie alla straordinaria scuola medica napoletana, avrebbe compiuto in seguito passi da gigante, in un processo ininterrotto che porter alla fine degli anni 70 del secolo scorso alla chiusura degli ospedali psichiatrici, con la legge Basaglia.

Ma gli archivi e le cartelle cliniche del passato, soprattutto di fine 800, continuano a raccontare storie di internamento mai venute alla luce, storie maledette sprofondate in un altro pozzo nero, non dissimile da quello di Mastrogiorgio: il pozzo nero della memoria.

LaCasa dei Mattidi Aversa, l'ospedale psichiatrico che negli anni fu chiamato anchePazzaria degli IncurabilieReal Manicomio della Maddalena, fu abbandonata definitivamente nel 1999 dopo una lenta dismissione, iniziata con la legge Basaglia del 1978. Oggi un edificio fantasma, dove risuonano i passi di tutti coloro che vi furono murati vivi (fig. 11 12).

Mastuggiorgioera un infermiere di manicomio, generalmente di corporatura forte e robusta, che aveva il compito di sorvegliare i pazzi affinch non facessero del male a se stessi ed ad altri. Egli collaborava a stretto contatto con lo psichiatra, intervenendo se necessario e bloccando il malato infilandogli la camicia di forza (fig. 13).

Da dove deriva il termine? Le teorie sono diverse. La prima vede lorigine della parola dal termine grecomastigophros, portatore di frusta, cio colui che usava la frusta per placare gli animi delle persone pi agitate. Mentre la seconda, meno dotta ma pi accreditata, vede la sua derivazione da Mastro Giorgio Cattaneo, un castigamatti vissuto nel Seicento che credeva di curare le malattie nervose con le percosse e picchiando violentemente i malati con un bastone.

I castigamatti o fustigatori erano gli psichiatri e gli infermieri dellospedale degli Incurabili e il nome lascia capire la violenza fisica con cui erano trattati, ricoverati e curati i malati di mente.

Il termine di Mastuggiorgio compare anche in letteratura. Salvatore di Giacomo, nella sua poesia Si Rosa ca mme v, si ispira al forzuto infermiere: Nzerrateme, nzerrateme add stanno, tantate, comma me, guardate e nchiuse, add passano a vita, sbarianno, pazze cuiete e pazze furiuse. Nchiuditeme p sempe inta sti mmura, o mastuggiorgio mettiteme allato.

E ancora Raffaele Viviani in O guappo nnammurato, dove sminuito e umiliato dagli spietati maltrattamenti da parte della donna di cui perdutamente innamorato, dice di essersi ridotto allo zimbello del paese, ad una specie di mastuggiorgio, ossia un infermiere di manicomio.

La figura del castigamatti colp molto limmaginazione popolare, infatti nellidioma, nel costume e nella letteratura partenopei sono rimaste impronte fino ad oggi. In Napoletano si usa ancor oggi dare il nome di Mastogiorgio a coloro che si occupano della cura e della custodia dei pazzi, e laspetta Mastogiorgio si dice delle persone che dimostrano chiari segni di follia.

Oggi il termine viene usato a Napoli anche come appellativo, ma ha una doppia valenza: pu definire un uomo intraprendente e determinato, capace di prendere le redini di una situazione difficile, ma che pu essere anche violento e pronto ad ottenere ci che vuole ad ogni costo.<

5/4/2021
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